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AIDEA Conference 2019

Tracks

Track 4 - Smart Services: pubblica amministrazione, sanità, didattica innovativa e fabbisogni formativi per studenti e professionisti nel mondo digitale (Smart Services: pubblica amministrazione, sanità, didattica innovativa e fabbisogni formativi per studenti e professionisti nel mondo digitale)

Managers: Riccardo Mussari (riccardo.mussari@unisi.it)

Read Track abstractLa dinamicità dei contesti sociali ed economici è un fenomeno con il quale gli studiosi di discipline aziendali, inclusi quelli che privilegiano le indagini sulle amministrazioni pubbliche (AP), si sono sempre dovuti confrontare nell’elaborare le proprie teorie. Per chi studia l’economia delle AP si tratta di una “condizione” che presenta una duplice e fondamentale valenza. Quel sistema di aziende, infatti, è chiamato, per un verso, a fronteggiare il cambiamento e possibilmente ad anticiparlo attraverso un’adeguata risposta innovativa in termini di volumi di prestazioni rese in modo sempre più efficiente e, per l’altro verso, a contribuire significativamente a incidere sul cambiamento (determinandolo, orientandolo, favorendolo, rallentandolo, accelerandolo, etc.). Infatti, l’esercizio delle funzioni pubbliche – anzitutto quelle di regolazione e sanzionatoria – contribuisce in modo decisivo a definire i caratteri strutturali e valoriali del contesto sociale ed economico in cui tutte le aziende (incluse le stesse AP) vivono ed operano, ovvero l’humus nel quale l’innovazione prende forma e trova concerta manifestazione. Quanto appena richiamato pone oggi le AP di fronte ad un impegno ancora più arduo rispetto ai decenni scorsi in quanto una delle variabili più significative fra quelle che generano ed accelerano i processi di cambiamento economici e sociali in atto è l’innovazione tecnologica. Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione tecnologica (ICT) e Internet hanno cambiato per sempre le nostre abitudini personali e professionali e continuano a farlo incessantemente in una direzione il cui orizzonte è ben lungi da potersi intravedere. Qualunque sia lo “spazio territoriale” da governare e regolare - locale, nazionale, sovranazionale o internazionale - o la funzione pubblica alla quale ricondurre le classi di bisogni da soddisfare (salute, istruzione, mobilità, sicurezza, ambiente, giustizia, assistenza, previdenza, etc.), i governi e le AP non possono più fare affidamento su processi esistenti e pratiche consolidate per esercitare le proprie funzioni e apprestare i servizi loro affidati dalla comunità di riferimento. La sfida di fronte alla quale le AP sono poste non si limita quindi alla necessità di fare ricorso alla tecnologia informatica per soddisfare in modo più efficiente bisogni sempre diversificati e crescenti in situazione di limitata disponibilità di risorse finanziarie quando non di vera e propria crisi fiscale. Il traguardo da conseguire è molto più ambizioso e difficile. Non innovare tecnologicamente può comportare per le AP il rischio concreto di perdere definitivamente contatto e quindi legittimità e credibilità con i cittadini, soprattutto con le generazioni più giovani (millenials), che sono i principali fruitori utilizzatori delle tecnologie informatiche e già mostrano scarso interesse per la “cosa pubblica”, della quale non comprendono logiche e funzionamento. La società contemporanea è così intrisa e influenzata dalle ICT che per le AP non basta più un'innovazione tecnologica di tipo reattivo, opportunistico o fortuito. Molto spesso la letteratura ha riferito di tentativi – anche di successo – d’innovazione tecnologica “frammentaria”, grazie ai quali sono state realizzate iniziative specifiche che hanno prodotto buone performance e “sacche di capacità” nei contesti organizzativi pubblici, che purtroppo, però, sono rimaste isolate sia a livello intra-organizzativo sia inter-organizzativo. I “casi di successo”, le “best practices”, i premi all’innovazione sono ormai insufficienti per fornire una risposta efficace e durevole alla domanda di innovazione che viene dagli stakeholder e transita inesorabilmente dal cambiamento tecnologico. Per favorire il cambiamento tecnologico del sistema delle AP occorre svilupparne le capacità in modo sistemico, sistematico e capillare rendendole, anzitutto, sistemi realmente aperti, capaci di apprendere, permeabili alle spinte innovative e capaci di favorirne l’equilibrato sviluppo. L’orizzonte strategico di molti governi, soprattutto locali, è ormai quello di valersi dell’ICT per approdare a una governance collaborativa, in cui tutti gli stakeholder a partire dai cittadini, siano considerati come peers e prosumers, piuttosto che semplici utenti. Open Innovation, Crowdsourcing, Co-creation, Co-production, Smart Services e Smart Cities sono tutte espressioni entrate ormai nel gergo del dibattito, anche teorico, sul tema delle ICT nelle AP. Sono termini, a volte utilizzati in modo approssimativo, che enfatizzano l’utilità delle nuove tecnologie per un sempre più ampio coinvolgimento delle comunità e degli stakeholder in tutte le fasi del processo manageriale pubblico: dalla scelta degli obiettivi e l’allocazione delle risorse finanziarie, alla progettazione e produzione dei servizi, alla misurazione e rendicontazione dei risultati.
Come delineato dall'UE nel suo piano d'azione per l'eGovernment per il 2016-2020, la trasformazione digitale dei governi è un elemento chiave della costruzione del mercato unico digitale. Lo sviluppo di un settore pubblico abilitato alle ICT è stato riconosciuto come una sfida per la società da parte di Horizon 2020, il programma quadro dell'UE per la ricerca e l'innovazione.
Data la complessità dello scenario sommariamente richiamato e considerata l’importanza della “posta in gioco” per le AP, è certamente molto importante che, anche nella prospettiva economico-aziendale, si promuovano ricerche che indaghino con adeguato rigore metodologico sulle condizioni abilitanti l’innovazione tecnologica nelle AP, sugli incentivi che possono favorire l’adozione del cambiamento tecnologico, sugli ostacoli organizzativi e culturali che ne impediscono l’istituzionalizzazione, sui rischi che possono discendere dall’adozione di scelte superficiali e/o fideistiche o dalla pedissequa e acritica imitazione dell’esperienza maturata nel settore profit. Gli studi aziendali possono certamente contribuire a costruire una teoria dell’innovazione tecnologica nelle AP per spiegare in modo puntuale, attraverso indagini sia qualitative sia quantitative, quali condizioni sono da soddisfare per accrescere la probabilità che l’innovazione tecnologica diventi sistemica. Non può d’altro canto trascurarsi, nelle nostre ricerche, che il cambiamento tecnologico incide in modo profondo sul rapporto fra Stato e cittadini e ciò con riferimento non tanto e non solo alle modalità di interrelazione, ma soprattutto con riguardo ai contenuti di tale relazione e, probabilmente, al loro “sottostante” etico-valoriale. Il progresso tecnologico, soprattutto nel contesto manageriale pubblico, per quanto non arrestabile pone significativi interrogativi sul piano valoriale che la ricerca aziendale non può certamente esimersi dal prendere in considerazione. Inclusione, pari opportunità, legalità, trasparenza, partecipazione, fiducia, riservatezza e, non ultima per importanza, democrazia hanno nel contesto pubblico pari dignità rispetto a efficienza, efficacia ed economicità.
Contestualmente, i social media e le piattaforme influenzano anche l’attività di docenti e formatori e/o dei soggetti fruitori della formazione/istruzione, rinnovando la didattica tradizionale e le pratiche di apprendimento a livello globale. Social network come Myspace, Facebook, Twitter, ecc., grazie alle loro caratteristiche interattive e multidimensionali, possono contribuire all’apprendimento grazie a modalità quali m-learning o e-learning, consentendo una maggior interattività e cooperazione tra gli studenti e tra docenti e studenti.
Questa track mira a stimolare un confronto fra gli aziendalisti specificatamente interessati agli effetti che l’innovazione tecnologica produce sul concreto funzionamento e operare delle AP.
Attraverso questa call s’intende sollecitare la comunità scientifica degli aziendalisti a proporre sia studi di carattere teorico-metodologico, finalizzati a meglio comprendere condizioni abilitanti, effetti, limiti e rischi dell’innovazione tecnologia nei contesti aziendali pubblici, sia studi di caso basati su esperienze nazionali e internazionali di concreta applicazione di innovazione tecnologica in qualunque fase del processo manageriale pubblico, purché analizzati con rigore di metodo e inquadrati in specifici framework teorici.
Nonostante siano da considerare favorevolmente studi riferibili a qualunque livello di governo e qualsiasi specie di AP o tipologia di servizio pubblico, la call intende sollecitare in modo particolare contributi focalizzati sui seguenti macro-temi:
• Innovazione tecnologica e management delle aziende sanitarie pubbliche
• Smart cities
• Co-design, Co-production dei servizi pubblici e tecnologie disruptive
• E-learning, internazionalizzazione dei curricula, students engagement e formazione
• Misurazione e valutazione degli effetti conseguenti all’innovazione tecnologica
• Implicazioni etiche dell’innovazione tecnologica nelle amministrazioni pubbliche.
Pubblicazione dei contributi
I migliori contributi presentati al Convegno potranno essere sottoposti in fast track alle seguenti riviste, rispettando l’ordinario processo di referaggio previsto:
- Azienda Pubblica (Editor in Chief: Riccardo Mussari)
- Journal of public budgeting, accounting and financial management (Editor in Chief: Giuseppe Grossi)
- Mecosan (Editor in Chief: Elio Borgonovi)

Thursday 12th September 2019
  Aula Corradetti 17.30-19.00
  Aula Castellino 17.30-19.00
Friday 13th September 2019
, 08.45-10.15
  Aula Corradetti 08.45-10.15

 

PAPERS

Implementation of segment reporting in healthcare public sector: profiles of innovation and accountability needs.
Monica Giancotti, Marianna Mauro
AbstractIn the last decades, the accounting systems of public healthcare structures have been subject to significant reform processes. The reform process of harmonising of healthcare structures' financial statements, culminated in the issuing of Legislative Decree 118/2011, which provided for a specific financial statement scheme applied to all public healthcare companies. As regulated by the D.Lgs 118/2011, financial statement is recognized and promoted as tool to support decision-making processes and to ensure public accountability. Despite this, the use of financial statement in healthcare public sector has actually been accompanied by some informative limitation. One of these, is the lack of sufficient details about performance for single healthcare areas: financial statement does not allow to have segment information, covering specific health areas and policies of intervention for which it is appropriate to separately report financial information. This study draws on the application of IPSAS 18 in order to integrate financial statement of healthcare structure with segment information, covering specific health areas. To explicate the construction of a segment reporting section, the article offered an application framework of four key steps: identification of healthcare areas, identification of primary and support activities for each healthcare area according to the Porter’s chain value model, decomposition of costs and revenues for each segment and implementation of Activity Based Costing in order to decompose the common costs that refer to the segment’s activities, using Diagnosis Related Groups as activity driver. Overall the framework demonstrates that it will be possible to implement IPSAS 18 also in public healthcare sector. The segment reporting represents an important tool for politicians and managers, in order to monitor the correct allocation of resources and consider the costing of health services when deciding policies. Keywords: Financial Statements, health sector, public hospitals, segment reporting, International public sector accounting standards, IPSAS 18

Innovazione tecnologica per il management delle aziende sanitarie pubbliche: un'analisi della letteratura
Vincenzo Sforza, Alessandro Mechelli, Riccardo Cimini
AbstractNel 2017 la Commissione Europea ha messo in evidenza la necessità di ripensare una riorganizzazione dei sistemi sanitari dei paesi membri dell’Unione per garantirne, nel medio e lungo termine, tanto la sostenibilità quanto la resilienza, nonché l’efficacia dei servizi sanitari erogati. Il progressivo invecchiamento della popolazione, l’aumento delle malattie croniche e dell’incidenza delle polipatologie, il cambiamento dello stile e delle condizioni di vita delle persone, le dinamiche recessive del sistema economico, le politiche di contenimento della spesa pubblica, sono alcuni dei fattori di sfida che impongono la ricerca di soluzioni innovative che possano garantire ai sistemi sanitari pubblici la capacità soddisfare in maniera dinamica le finalità che hanno motivato la loro istituzione. Tra gli strumenti che maggiormente possono favorire l’efficacia delle riforme un ruolo significativo è svolto da quelli offerti dall’innovazione tecnologica. Il presente lavoro si pone l’obiettivo di realizzare, con un approccio misto quantitativo/qualitativo, un’analisi sistematica e bibliometrica della letteratura sull’innovazione tecnologica per il management delle aziende sanitarie pubbliche. L’analisi sistematica della letteratura consente di indagare le caratteristiche chiave dei prodotti scientifici oggetto di analisi – tipo di pubblicazione, anno, journal e relativo impact factor, paese degli autori, metodologia di ricerca, tema di interesse, ecc. – ed è utile al fine di individuare lo stato dell’arte delle ricerche condotte sul tema. L’analisi bibliometrica consente invece di identificare i contributi più rilevanti nell’ambito di una comunità di ricerca decisamente composita. Seguendo il protocollo “PRISMA” – Preferred Reporting Items for Systematic Reviews and Meta-Analyses – proposto da Moher et al. (2009), la ricerca ha esaminato 100 articoli pubblicati in riviste scientifiche tra il 1989 e il 2019, selezionati con il database SCOPUS. Le prime evidenze mostrano che il tema è multidisciplinare, di crescente interesse per le riviste scientifiche e offre spunti anche per gli studiosi delle discipline aziendali, tenendo conto delle barriere culturali, organizzative ed economiche legate alla diffusione delle innovazioni tecnologiche.

IL MODELLO ORGANIZZATIVO DEL S.S.N. ALLA LUCE DELL’“AGENCY THEORY”. L’AZIENDA PUBBLICA COME SCELTA DI MINIMIZZAZIONE DEGLI “AGENCY COSTS”.
Sabato Vinci, Eugenio D'Amico
AbstractIl paper propone un’interpretazione economico-aziendale del modello organizzativo del Servizio Sanitario Nazionale quale risposta al problema di agenzia tra medico e paziente. L’analisi parte da una review della letteratura, con particolare riferimento alle teorie di Kenneth Arrow e Oliver Eaton Williamson. Queste, applicate al modello di assistenza sanitaria italiana, portano a ritenere che il Servizio Sanitario Nazionale possa rappresentare una scelta efficiente dal punto di vista allocativo, idonea a minimizzare i costi di agenzia. Coerentemente con la teoria di Arrow infatti, il problema dell’asimmetria informativa nel rapporto tra medico e paziente si traduce nel fatto che il produttore del servizio (il medico) possieda informazioni che non sono disponibili per il consumatore (il paziente). Quest’ultimo (principal), non essendo così in grado di interpretare il proprio bisogno di salute, lascerà di fatto al medico (agent) il ruolo di monopolista nella formazione della domanda di salute, con conseguente pericolo di condotte opportunistiche o necessità di sostenere costi di monitoring. Coerentemente con la teoria di Williamson, si assume che la scelta dell’istituzione economica più idonea a minimizzare i costi di agenzia (il mercato o l’azienda) debba partire dalla valutazione della tipologia di transazione da eseguire. Le ipotesi formulate riguardano due modalità alternative di superamento del fallimento del mercato nel rapporto medico-paziente: la soluzione contrattuale (Ronald H. Coase) o l’intervento pubblico diretto. Poiché la salute rappresenta un tipico caso di “transazione” con riferimento alla quale risulta troppo alto il rischio connesso al mancato controllo diretto del produttore del servizio, si argomenta che l’internalizzazione dell’intera assistenza medica in un’unica organizzazione pubblica (che nel paper chiameremo “Azienda-SSN”) risulti più conveniente rispetto all’alternativa di mercato (dove l’asimmetria informativa tra medico e paziente, inevitabilmente si traduce in rischio di condotta opportunistica). In particolare, una scelta di intervento pubblico realizzata mediante uno strumento “Aziendale” (intendendo come tale una organizzazione di tipo gerarchico, idonea a controllare comportamenti opportunistici) e “Pubblico” (ovvero orientato in re ipsa all’interesse generale) mostra tre vantaggi fondamentali: a) elimina un incentivo all’opportunismo del medico-agent, svincolandone la remunerazione dai parametri della complessità e della quantità delle prestazioni offerte; b) traduce in costo pubblico il monitoring cost del paziente-principal sul medico-agent, mediante l’istituzione dei Medici di Medicina Generale (MMG) e dei Pediatri di Libera Scelta (PLS) quali advisor del cittadino nel rapporto con tutti i players del settore sanitario; c) estende al massimo grado possibile il sistema di controllo sul medico-agent al proprio interno, usando l’autorità gerarchica per contrastare i rischi connessi a comportamenti opportunistici (appropriatezza nelle cure o efficacia) al minor costo possibile (efficienza). Se ciò è vero, la minimizzazione massima dei costi di agenzia si otterrebbe estendendo al massimo il perimetro dell’azienda pubblica (Williamson). Questo, in ambito sanitario, implicherebbe il sostanziale monopolio pubblico nel campo dell’assistenza medica da parte dell’“Azienda-SSN”. Affinché il vantaggio economico prodotto, sul piano teorico, dal monopolio pubblico, non si traduca in inefficienza per assenza di concorrenti, occorrerebbe rafforzare i sistemi di controllo manageriale all’interno del SSN. La tendenza in atto verso la digitalizzazione dei processi e l’impiego di tecnologie innovative (Smart Services), applicata all’“Azienda-SSN”, potrebbe inoltre contribuire a migliorare i margini di appropriatezza ed efficienza, creando nuove e più solide sinergie tra il momento della prevenzione e quello della diagnosi e cura, la cui integrazione già costituisce una peculiarità dei modelli sanitari di tipo universalistico.

Le condizioni abilitanti della Cartella Clinica Elettronica (C.C.E.): il caso della ASP di Cosenza
Concetta Lucia Cristofaro, Rocco Reina, Marzia Ventura, Anna Maria Melina, Walter Vesperi
AbstractLe organizzazioni sanitarie sono soggette a diversi fattori di cambiamenti. Il principale fattore di cambiamento coercitivo, che negli ultimi anni ha interessato le organizzazioni sanitarie, riguarda le innovazioni delle tecnologie dell’informazione e comunicazione (ICT). Le applicazioni delle ICT nel settore sanitario sono note come E-Health. Gli strumenti e le soluzioni e-health includono i certificati medici e le prescrizioni digitali, la Cartella Clinica Elettronica (CCE), il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), i sistemi di prenotazione computerizzati, ecc. Diversi studi in letteratura hanno sottolineato l'importanza strategica di questi strumenti. In particolare la CCE, rappresenta il principale strumento di archiviazione elettronica, utilizzato per raccogliere, archiviare e visualizzare dati sanitari e socio-sanitari dei cittadini. Questo studio intende rispondere alla seguente domanda di ricerca: quali sono le condizioni abilitanti che hanno favorito il processo di implementazione della CCE? Per raggiungere tale obiettivo, il presente lavoro si basa sull’analisi della letteratura di riferimento ed analizza il caso dell’ASP di Cosenza, che per le sue caratteristiche, ha offerto interessanti spunti sul tema dell'E-Health. Le conclusioni offrono, infine, suggerimenti e sviluppi per la futura ricerca nell’area.

La Telemedicina, tra Innovazione e Sostenibilità: Modello Operativo Generale e Risorse Coinvolte
Ranalli Francesco, Gabriele Palozzi
AbstractIl progressivo innalzamento dell’età media delle popolazioni nei Paesi Occidentale ha contribuito all’incremento esponenziale del tasso d’incidenza delle mattie croniche e all’aumento di poli-patologie e nuove sindromi, con importanti ripercussioni sulle esigenze socio-sanitarie diffuse. Tale circostanza sta fortemente mettendo a rischio la sostenibilità economico-finanziaria dei Sistemi Sanitari Nazionali, costringendoli a fronteggiare una nuova sfida legata all’erogazione di servizi sanitari qualitativamente adeguati e a costi contenuti. In tale contesto, le tecnologie digitali possono rappresentare un elemento estremamente rilevante per vincere tale sfida. Tra queste, in particolare, la Telemedicina si configura come un’innovazione tecnologica clinicamente efficacie, capace di incrementare l’equità d’accesso ai servizi assistenziali, con simultanea riduzione delle risorse necessarie alla loro erogazione. Un’innovazione, dunque, pienamente coerente con le logiche del Value-Based Healthcare. Nonostante le sue elevate potenzialità, la diffusione della Telemedicina stenta ancora a diffondersi nei processi correnti delle organizzazioni sanitarie; ciò sembra essere prevalentemente imputabile all’esigenze di cambiamento delle strutture produttive ed organizzative, nonché di conoscenze, tecnologie e processi operativi, che le aziende devono affrontare per introdurre tale innovazione. Tuttavia, la conoscenza e l’analisi delle le risorse richieste per l’ammodernamento dei processi assistenziali, sembra essere un prerequisito vincolante a tale percorso di cambiamento. A partire da ciò, il presente lavoro ha l’obiettivo di delineare le caratteristiche generali di un modello di erogazione di assistenza sanitaria in Telemedicina, e di classificare, per tipologia, le risorse necessarie alla sua implementazione. Tale disamina può contribuire, dunque, alla definizione di una prima base di conoscenza utile alle decisioni d’investimento in sanità digitale, con il fine di agevolare la valutazione di convenienza economica e di recuperabilità di tale tipologia d’investimento.

Contrasting Digital Fake News in Health: an Interdisciplinary Approach
Luca Marinelli, Rossana Berardi , Federica Pascucci , Gian Luca Gregori
AbstractLa crescente diffusione di Internet e dei media digitali stanno fornendo agli utenti nuove fonti informative di natura medico-sanitaria (Bazzarin e Pavan 2013; Lovari e Cioni 2014; Cioni et al. 2018), le cui disponibilità e quantità sono in aumento (Sundars et al. 2011). Tuttavia, sebbene siano incentrate su tematiche legate alla salute, talvolta tali informazioni esulano dall’ambiente scientifico. Ad esempio, i social media stanno profondamente modificando i comportamenti di ricerca delle informazioni legate agli ambiti sanitari: tale fenomeno sta producendo effetti anche nelle relazioni che si instaurano tra le organizzazioni e professionisti della salute da un lato, e i cittadini dall’altro (Cioni & Lovari, 2014; McCarroll et al., 2013). Il fenomeno è dovuto al fatto che tali media creano un contesto aperto e partecipativo, in cui i pazienti possono interagire anche con soggetti che non provengono dal contesto medico scientifico. In quest’ottica, secondo Parrott (2009), il modo in cui gli individui sono esposti, evitano e cercano informazioni di natura sanitaria, sia nei rispettivi network personali, sia nel più generale panorama dei media, ha un ruolo rilevante nel definire delle modalità con cui gli utenti affrontano il tema della salute. Anche nell’ambito oncologico, si riscontra un numero considerevole di pazienti e familiari che reperiscono sul Web informazioni sulle varie neoplasie, ma anche chiarimenti e approfondimenti sulle diagnosi e sui trattamenti prescritti. È doveroso evidenziare che tali pratiche espongono gli utenti al rischio concreto di imbattersi in informazioni incomplete, imprecise e in certi casi fuorvianti; queste informazioni, comunemente definite fake news hanno tra le proprie caratteristiche il fatto che difficilmente vengono identificate dagli utenti come tali (Rubin, 2010). Sebbene il fenomeno delle fake news non sia nuovo, il suo crescente impatto nella società moderna è innegabile e lo ha reso un topic che necessita di essere affrontato con un approccio interdisciplinare (Zhou et al., 2019). Le fake news sono infatti connesse a differenti discipline, come le scienze computazionali e dell’informazione, le scienze politiche, il giornalismo, la medicina, la psicologia, le scienze sociali e l’economia. Secondo Zhou e Zafarani (2018) il fatto che il fenomeno delle fake news sia emerso in maniera rilevante negli ultimi anni, generando un’attenzione pubblica crescente, ha come causa principale la diffusione dei media digitali: nell’attuale contesto, le fake news possono essere create e pubblicate online più rapidamente ed a costi inferiori rispetto a quanto avviene nei media tradizionali, come quotidiani e televisione. Media digitali come i social media sono ambienti “naturalmente” predisposti alla diffusione di fake news: in questi contesti tende infatti a verificarsi il cosiddetto echo chamber effect, secondo cui le informazioni distorte vengono spesso amplificate e rinforzate (Jamieson e Cappella 2008). In letteratura non esiste una definizione univoca e universalmente condivisa di fake news. Alcuni studiosi associano il termine fake news al concetto di notizie malevolmente false (Zhou e Zafarani, 2018; Shu et al. 2017; Waldrop 2017); altri, fanno riferimenti a concetti più ampi, come “disinformation” e “misinformation” che si distinguono in base alla presenza o meno di intenzionalità nell’ingannare i destinatari (Floridi, 1996). Difatti, mentre la disinformation fa riferimento a quelle informazioni deliberatamente prodotte per ingannare gli altri, la misinformation riguarda le informazioni che risultano false o inaccurate, le quali circolano a causa di errori, negligenza o pregiudizi inconsci (Fallis, 2015). Le ragioni per le quali gli individui credono alle fake news possono essere ricondotti a fattori sociali e psicologici: secondo il validy effect (Boehm, 1994) le persone tendono a credere a notizie false a seguito di esposizioni ripetute; mentre il confirmation bias (Nickerson 1998) prevede che la credibilità della notizia derivi dalla sua capacità di confermare nell’individuo una sua conoscenza pre-esistente. Zhou e Zafrani (2018) affrontano il tema delle fake news prendendone in esame una serie di teorie fondamentali che sono state organizzate sulla base di tre prospettive differenti: (i) stile con cui la fake news è scritta, (ii) propagazione, ovvero le modalità con cui la fake news viene diffusa, e (iii) utenti, ovvero le modalità con cui gli utenti interagiscono con la fake news e il ruolo che essi hanno, o possono avere, nella creazione e diffusione di tale notizia. Analizzando il fenomeno dalla prospettiva degli utenti, Giglietto et al. (2019) evidenziano la necessità di non limitarsi a prendere in considerazione il processo di creazione, ma di concentrarsi su ciò che avviene “dopo” la produzione della notizia, cioè tutta la fase della propagazione. Questa fase vede coinvolti una serie di attori (gli spreader), i quali possono avere un differente grado di comprensione della veridicità della notizia, e possono essere mossi da motivazioni diverse nel processo di diffusione. Secondo questa impostazione, il contesto attuale di generazione e diffusione di fake news è caratterizzato da un overlapping dei media (Chadwick, 2013), una sorta di sistema “ibrido” (Giglietto et al. 2019) in cui gli attori coinvolti, pur avendo profili e background differenti, come medici, giornalisti e pazienti, concorrono insieme alla creazione dei flussi informativi. Nel descrivere gli effetti dannosi che le fake news possono avere sugli individui e sulla società, Shu et al. (2019) individuano tre scenari principali: 1. gli individui esposti a fake news potrebbero accettare false credenze (Paul and Matthews, 2016); 2. le fake news potrebbero cambiare le modalità in cui le persone reagiscono alle notizie vere; 3. l’ampia diffusione di notizie false potrebbe minare l’affidabilità dell’intero ecosistema di produzione e diffusione di notizie. In una patologia come il cancro, appare evidente che frequentemente il paziente, unitamente ai suoi familiari, sente il bisogno di approfondire la propria conoscenza cercando informazioni e approfondimenti sul web, che è la fonte più accessibile di cui si dispone e che soprattutto consente alle persone di trovare informazioni sensibili, pur garantendo l’anonimato (Gray et al. 2005). In questo particolare ambito è stato riscontrato che ci si può imbattere in diverse tipologie di disinformazione: online sono infatti disponibili sia vere e proprie fake news cioè informazioni prive di ogni fondamento clinico o scientifico, sia notizie relative a nuove scoperte scientifiche pubblicate da professionisti su riviste accreditate, ma i cui risultati sono ancora ben lontani dall’applicazione clinica. Il rischio è che il paziente consideri e fondi le sue scelte su quelle che De keersmaecker e Roets. (2017) definiscono come “notizie incorrette ma di difficile correzione”. Alla luce di queste problematiche, il presente lavoro si pone l’obiettivo di individuare alcune linee-guida che possano essere di aiuto nel ridurre la “trappola della disinformazione”, la quale, soprattutto in ambito oncologico, può produrre effetti rilevanti gravi sia sulla salute pubblica, sia sul singolo paziente; quest’ultimo infatti potrebbe essere indotto a prendere decisioni sbagliate nel proprio percorso di cura proprio in funzione di tali informazioni. Più in dettaglio, la ricerca è volta a: 1. individuare le strategie per superare le barriere tra il mondo della comunicazione, quello della ricerca e quello della assistenza sanitaria; 2. proporre criteri per una “corretta” diffusione delle informazioni di carattere medico, contrastando in particolare il fenomeno delle fake news. Considerando la molteplicità degli stakeholders coinvolti, e la necessità di un approccio integrato e multidisciplinare alla tematica indagata, la quale interessa l’ambito della comunicazione, l’ambito della ricerca medica scientifica e l’ambito dell’assistenza sanitaria, si è scelto il metodo della Consensus Conference (Conferenza di Consenso), nella variante RAND/UCLA, la quale è ampiamente utilizzata in campo medico (Fitch et al., 2001).

 

Distance Learning and Continuing Education: an exploratory analysis of the Italian context
Nathalie Colasanti, Chiara Fantauzzi, Rocco Frondizi, Marco Meneguzzo
AbstractThe purpose of this paper is to analyze the state of the art on distance learning in Italian universities, in order to understand how higher education institutions are reacting to the changes occurred in the education market. Distance learning represents an upgraded version of lifelong learning, defined as each activity that starts in any moment of life in order to improve knowledge, skills, and competences in a personal, civic, social, and/or employment perspective. Higher education institutions are called to satisfy the needs of their students also after the end of their educational path, updating their supply by providing “massive open online courses” (MOOCs). Given the presence of new online universities, starting with an analysis of the behaviour adopted by all Italian traditional higher education institutions, this study will try to answer to the following research question: How do traditional universities effectively face the challenge of lifelong learning, especially in terms of distance learning? The structure of the paper will be characterized by the following steps. First of all, a literature review on the concept of lifelong learning and its evolution in terms of distance learning will be presented. Then we will carry out a documentary analysis, based on the official statements provided by the Italian National Agency for the Evaluation of the University and Research Systems (ANVUR) and by the Italian higher education institutions investigated. Collected data will be analyzed through a qualitative method, in order to identify changes in traditional universities’ supply, by answering to the recent emergence of distance learning. Lastly, findings will be interpreted in order to make considerations in terms of future perspectives. This methodology puts in evidence the importance of ensuring lifelong learning experiences, according to the needs of learners. The aim is to describe the current situation in Italy and the behaviour adopted by traditional universities in order to accept this unavoidable revolution. The outcome of the application of this work is represented by the possibility of generating a new field of interest about the institutionalization of MOOCs in Italy. This is a preliminary study: in a future perspective, the aim will be to define a new strategy for traditional universities, that will help them in order to combine distance learning opportunities and high quality in terms of education offered.

E-learning in universities: A literature review.
Teresa Anna Rita Gentile, Davide Bizjak, Ernesto De Nito, Rocco Reina
AbstractAccording to Fee (2009), e-learning systems are made up of three components: technology, learning content, and e-learning design. From an analysis of the main literature in management studies on universities there are not many contributions on e-learning design as a process (Trentin, 2001). This article is aimed to map the scholars’ interest on e-learning, with a particular focus on e-learning design, through a systematic analysis of the contributions carried out over the last twenty years on e-learning in the educational sector. The literature review focused on the analysis of four international journals: The Internet and Higher Education (I&HE); Computers & Education (C&E); Higher Education (HE); Studies in Higher Education (SHE). These journals were selected in an international ranking on the WebSite SCImago Journal & Country Rank - SJR. The survey, in its entirety, will be carried out in three specific moments: (1) a first selection based on keywords on the sites of the journals; (2) a second selection phase to choose the most consistent studies; (3) analysis, classification and discussion of selected works. This research, at the moment, is a second step of a larger work that will involve further analysis of other journals.

Il monitoraggio e la valutazione delle missioni di un Dipartimento. Il caso del Dipartimento di Management dell’Università degli Studi di Torino
Elisa Giacosa, Valter Cantino, Francesca Culasso
AbstractLe università manifestano, al pari di ogni altra azienda, la necessità di misurare le performance raggiunte nell’ambito della didattica, ricerca e terza missione. Tale esercizio non è alquanto semplice, data la complessità del ruolo rivestito da un Ateneo nel contesto di riferimento, la molteplicità di stakeholder coinvolti e l’intangibilità delle risorse gestite. La letteratura non presenta un framework condiviso che riporti un modello integrato di valutazione dell’impegno e dei risultati conseguiti nell’attività di didattica, ricerca e terza missione, sia in chiave complessiva sia del singolo accademico. Inoltre, gli studi si focalizzano generalmente su aspetti specifici, ma ne trascurano altri, oltre a non prendere in considerazione le questioni legate alla competizione tra una missione e l’altra. Il lavoro in oggetto ha l’obiettivo di proporre un modello di valutazione dell’attività posta in essere dai docenti e ricercatori nell’ambito di un Dipartimento, nell’intento di monitorare e valorizzare l’impegno nei vari ambiti di azione (didattica, ricerca e terza missione) e i risultati conseguiti sia in un’ottica complessiva sia di posizione individuale. E’ stata condotta un’analisi qualitativa di tipo induttivo, utilizzando l’approccio basato sulla teoria delle Logiche Istituzionali. Più nello specifico, con il termine “logica istituzionale” si intende il sistema di regole e aspettative sociali che articolano una condotta legittima ed efficace nell’ambito di una certa organizzazione. In particolare, ci si è riferiti al contesto organizzativo di un Dipartimento e, in particolare, al sistema di regole e aspettative sociali legate all’attività di didattica, di ricerca e di terza missione. Il valore aggiunto della ricerca può essere duplice. Da un lato, il modello proposto si basa su un’analisi sinottica dei set di indicatori già esistenti e riconosciuti in letteratura legati alle tre missioni di un Ateneo e Dipartimento; inoltre, favorisce l’individuazione di quelle aree di attività meno efficacemente coperte o trascurate dagli indicatori esistenti (si pensi alla terza missione). Dall’altro, il modello è supportato da uno strumento di business intelligence – la SUA Docente – unico nel suo genere perché non disponibile nel panorama di Ateneo e in quello nazionale, che supporta il ragionamento con dati certi, aggiornati e facilmente fruibili legati alle performance raggiunte, favorendo altresì un’azione di benchmark tra Dipartimenti e tra Atenei. Ne deriva una serie di implicazioni teoriche e manageriali. In primo luogo, lo studio costituisce il primo tentativo di identificare un modello di monitoraggio e valorizzazione delle performance di tutte le missioni condotte da un Dipartimento a livello complessivo, di settore scientifico-disciplinare e di singolo docente, basandosi sulla teoria delle logiche istituzionali. Ciò potrebbe influenzare le policy nazionali e dei singoli Atenei, nell’intento di volersi dotare di un sistema integrato di valutazione delle varie missioni, che permetta una visione complessiva (di Ateneo e di Dipartimento) e personale (del singolo docente e ricercatore). Le limitazioni della ricerca costituiscono uno stimolo per le future occasioni di studio. In primo luogo, un ampliamento ulteriore della quantità di fonti informative (sempre riferendosi a database certi ed aggiornati di Ateneo legati alle tre missioni) può incrementare i confini dell’analisi qualitativa. Allo stesso tempo, una estensione dell’approccio impiegato (in aggiunta a quello basato sulle tre missioni di un Ateneo o Dipartimento) può completare la mappatura delle più importanti logiche che danno forma ai comportamenti e alle scelte di chi opera in ambito universitario. Lo studio attuale è la base per condurre un approfondimento più ampio avente per oggetto anche la prassi universitaria di altri Atenei, generalisti come l’Ateneo torinese, italiani ed esteri. In particolare, sarebbe interessante condurre un’analisi induttiva – posta in essere alla luce della teoria delle logiche istituzionali - dei risultati di una experience survey e di fonti secondarie. Più nello specifico, la survey potrebbe coinvolgere una serie di esperti responsabili dell’attività di didattica, ricerca e terza missione di importanti Atenei italiani ed esteri con l’obiettivo di identificare le macro logiche organizzative e istituzionali che influenzano le performance di un Ateneo. In aggiunta, è volontà di chi scrive definire una metratura per ponderare l’impegno e le performance conseguite nelle tre missioni. Se, in questa fase, la SUA Docente ha permesso di monitorare i risultati conseguiti, una fase successiva sarà dedicata alla ponderazione dei carichi di lavoro, ripartiti tra didattica, ricerca e terza missione.

I SISTEMI DI MONITORAGGIO E VALUTAZIONE DELLA DIDATTICA, DELLA RICERCA E DELLA TERZA MISSIONE DELLE UNIVERSITÀ ATTRAVERSO LA LENTE DELLE LOGICHE ISTITUZIONALI
Paola De Bernardi, Valter Cantino, Francesca Ricciardi, Elisa Giacosa, Enrico Sorano, Francesca Culasso
AbstractLa misurazione delle performance delle università è un compito particolarmente difficile, per la complessità del ruolo delle istituzioni universitarie, per la fluidità e molteplicità delle interazioni interne ed esterne attraverso le quali esse co-generano valore con molteplici partner, e per il carattere intangibile delle più importanti risorse co-generate attraverso tali processi. Per affrontare questa complessità, è molto frequente, sia a livello di letteratura che a livello di prassi, descrivere il ruolo delle università (e degli accademici) in termini di tre missioni principali, ovvero la didattica, la ricerca, e la terza missione (che comprende le relazioni con il pubblico, le istituzioni ed il territorio). Un’analisi approfondita dell’articolazione in tre missioni rivela problematiche non indifferenti. Dal momento che il perseguimento di tutte e tre le missioni richiede l’impegno diretto degli accademici, a tutti i livelli di seniority, ne consegue che le tre missioni “competono” tra di loro per ottenere il contributo di ricercatori e professori, i quali, come è noto, si trovano in quasi tutti i contesti ad affrontare forti problemi di sovraccarico di lavoro. Di conseguenza, gli accademici tendono a concentrarsi su quelle attività che sono più premianti dal punto di vista delle possibilità di carriera. Per affrontare questa complessità, è molto frequente, sia a livello di letteratura che a livello di prassi, descrivere il ruolo delle università (e degli accademici) in termini di tre missioni principali, ovvero la didattica, la ricerca, e la terza missione (che comprende le relazioni con il pubblico, le istituzioni ed il territorio). Per quanto, infatti, le tre missioni dell’università siano tra loro strettamente connesse, esse sono percepite come concettualmente ben distinguibili e consentono di organizzare e valutare le attività in modo strutturato e comprensibile per tutti gli attori. Dal momento che il perseguimento di tutte e tre le missioni richiede l’impegno diretto degli accademici, a tutti i livelli di seniority, ne consegue che le tre missioni “competono” tra di loro per ottenere il contributo di ricercatori e professori, i quali, come è noto, si trovano in quasi tutti i contesti ad affrontare forti problemi di sovraccarico di lavoro. Di conseguenza, gli accademici (specialmente i più giovani) tendono a concentrarsi su quelle attività che sono più premianti dal punto di vista delle possibilità di carriera. Per affrontare questa complessità, è molto frequente, sia a livello di letteratura che a livello di prassi, descrivere il ruolo delle università (e degli accademici) in termini di tre missioni principa-li, ovvero la didattica, la ricerca, e la terza missione (che comprende le relazioni con il pubblico, le istituzioni ed il territorio) (Aversano, Rossi, & Polcini, 2017). Per quanto, infatti, le tre mis-sioni dell’università siano tra loro strettamente connesse, esse sono percepite come concettual-mente ben distinguibili e consentono di organizzare e valutare le attività in modo strutturato e comprensibile per tutti gli attori. Un’analisi più approfondita dell’articolazione in tre missioni, tuttavia, rivela problematiche non indifferenti. Dal momento che il perseguimento di tutte e tre le missioni richiede l’impegno diretto degli accademici, a tutti i livelli di seniority, ne consegue che le tre missioni “competono” tra di loro per ottenere il contributo di ricercatori e professori, i quali, come è noto, si trovano in quasi tutti i contesti ad affrontare forti problemi di sovraccarico di lavoro. Di conseguenza, gli accademici (specialmente i più giovani) tendono a concentrarsi su quelle attività che sono più premianti dal punto di vista delle possibilità di carriera. Nell’attuale contesto italiano, gli accademici sono soggetti a forti pressioni istituzionali nazionali (tramite il meccanismo dell’abilitazione) a produrre pubblicazioni di alto impatto internazionale, e in molti casi anche a forti pressioni interne al dipartimento per quanto riguarda il contributo alla didattica (in quanto le università, a loro volta, sono soggette a pressioni istituzionali in relazione ai risultati quantitativi della didattica). Gli incentivi di carriera per contribuire alla terza missione, invece, sono molto meno sistematici e dipendono dalla vocazione e dalle strategie dei singoli atenei. In generale, quindi, vi sono tensioni e contraddizioni tra le diverse missioni dell’università, anche a causa di una struttura degli incentivi ancora non sistematizzata in modo organico, e di una lunga tradizione di indipendenza da parte degli accademici. Tale tradizione rende tra l’altro particolarmente delicato, da parte di chi dirige i dipartimenti, qualunque interven-to strategico finalizzato a strutturare i team di accademici per dividere i compiti e i riconoscimenti in modo efficace, sulla base di una visione d’insieme. Ad oggi, in effetti, manca un framework condiviso per la mappatura sistematica di indicatori che riflettano in modo efficace la vasta gamma di missioni a cui sono chiamate le università e le possibili tensioni tra tali missioni che si creano ai vari livelli organizzativi. I molti sistemi di indi-catori esistenti, pur offrendo ottimi ausili (Secundo et al., 2017), tendono a concentrarsi su alcu-ni aspetti, trascurandone altri, e comunque non sono concepiti per evidenziare anche le conse-guenze indesiderate degli indicatori stessi, cioè come alcuni indicatori, consentendo di incentiva-re gli sforzi in relazione ad una missione dell’università, possano avere effetti controproducenti sui risultati in altre missioni. Questo studio affronta tale problema e utilizza un approccio teorico largamente consolidato nelle discipline di management, cioè la teoria delle logiche istituzionali, per costruire un framework per la classificazione sistematica degli indicatori di performance delle università da un lato, e dei singoli accademici dall’altro. Rispetto ai numerosi set di indicatori esistenti, il framework da noi proposto si propone come un meta-modello, cioè uno schema di livello concettuale superiore che consente di riclassificare e collocare nelle proprie categorie tutti gli indicatori già esistenti negli attuali set individuati sia nella letteratura che nella prassi. In questo modo, il nostro framework da un lato consente un’analisi sinottica ed una comparazione dei set di indicatori esistenti; dall’altro lato, consente di identificare quelle aree di performance che sono meno efficacemente coperte (o addirittura del tutto trascurate) dagli indicatori esistenti. Grazie ad un’analisi induttiva (condotta alla luce della teoria delle logiche istituzionali) dei risultati di una experience survey e di numerose fonti secondarie, questo studio identifica nove logiche istituzionali di-verse che danno forma alle attività, e, di riflesso, alla reputazione e ai risultati, delle università. Tre di queste logiche fanno riferimento alla missione didattica: logica di inclusione, logica professionalizzante, e logica di eccellenza nella didattica. Tre ulteriori logiche fanno riferimento alla missione di ricerca: logica di focalizzazione, logica di rilevanza, e logica di eccellenza nella ricerca. Infine, le ultime tre logiche fanno riferimento alla terza missione: logica di divulgazione, logica traslazionale, e logica imprenditoriale. L’analisi ha consentito di evidenziare che tensioni e contraddizioni possono emergere non so-lo tra le tre diverse missioni, ma anche all’interno di ogni singola missione, nella quale sono rispettivamente distinguibili tre logiche diverse. Sulla base del framework così costruito, lo studio conduce una classificazione degli indicatori presenti (1) in una selezione rappresentativa della letteratura, e (2) in una selezione rappresentativa di istituzioni nazionali, internazionali e universitarie che utilizzano diversi set di indicatori per la valutazione delle università. I risultati di tale lavoro di classificazione sono interessanti e, per certi versi, sorprendenti. Da un lato, infatti, vi sono alcune logiche istituzionali (soprattutto la logica di eccellenza nella ricerca) che sono ben rappresentate da una robusta gamma di indicatori sia a livello di performance di ateneo, che a livello delle performance del singolo accademico. Dall’altro lato, però, vi sono alcune logiche istituzionali (come la logica di inclusione della didattica o la logica imprenditoriale della terza missione) che sono abbastanza ben rappresentate a livello di indicatori delle performance di ateneo, ma assai poco rappresentate a livello di indicatori delle performance individuali. Inoltre, vi sono alcune logiche che, pur ben presenti nei discorsi degli addetti ai lavori, dei decisori, e dell’opinione pubblica, sono molto poco rappresentate a livello di indicatori sia delle performance di ateneo che delle performance individuali, come ad esempio la logica traslazionale della terza missione. Emblematico il caso della logica di focalizzazione della ricerca, che è praticamente priva di indicatori nelle fonti da noi analizzate. Tale disomogeneità nella distribuzione degli indicatori esistenti e in uso offre interessanti spunti di riflessione sulle possibili cause e soluzioni delle tensioni strategiche e dei problemi organizzativi nelle università, con particolare riguardo al contesto italiano. I risultati di questo studio possono contribuire al dibattito scientifico e alla prassi (a livello di policy nazionali e a livello di singole istituzioni universitarie) per quanto riguarda gli indicatori di performance delle università e le problematiche organizzative connesse al ruolo delle università nella società. Inoltre, per quanto ci risulta, questo è il primo studio che sviluppa un framework sugli indica-tori di performance delle università sulla base della teoria delle logiche istituzionali. Pertanto, i nostri risultati possono anche contribuire alla letteratura sulle teorie istituzionali.

How to Engage Millennial Management Students: A Neuro-educational Perspective
Alessandra Tognazzo, Paolo Gubitta
AbstractMillennials are born-digital and born-global students. On the basis of a neuro-educational perspective, I support the notion that integrating English language-based strategies and smartphone use in class can provide an in-class interaction model which surpasses the more traditional lecture interactional features and engage Millennial students in the learning process. I also report examples on practical strategies that can be implemented in class and compare smartphone use to the clickers technology. I discuss the benefits that can be obtained using the “engaging class” method weighted against the flipped classroom. In the supplementary material I provide easy short point-by-point instructions on how management lecturers can make in-class students’ surveys using smartphones. Keywords: Language; Future of management education research; Higher education; Clickers; Teaching Methods and Approaches; Student engagement

Il ruolo e il costo delle biblioteche nella performance delle università statali italiane
Giuseppe Ianniello, Vincenzo Sforza
AbstractIl paper intende analizzare il ruolo e il costo delle biblioteche universitarie nell’ambito delle performance di ateneo. In particolare, le questioni oggetto dell’indagine sono: - la rappresentazione contabile del patrimonio librario nei bilanci di Ateneo; - analisi del contenuto della relazione sulla gestione sui temi inerenti alle biblioteche universitarie; - analisi della relazione tra acquisizione di risorse bibliografiche e performance complessiva di Ateneo. La verifica empirica condotta su un campione di Università statali italiane nel periodo 2015 – 2017 ha permesso conseguire alcuni risultati. Dal punto di vista contabile sono emersi comportamenti non facilmente comparabili dal punto di vista della rappresentazione patrimoniale. L’analisi del contenuto della relazione sulla gestione mostra una scarsa rilevanza del discorso relativo alle biblioteche universitarie. Infine, abbiamo evidenziato che il costo sostenuto per l’acquisizione di risorse bibliografiche in relazione al numero di utenti potenziali contribuisce al miglioramento della performance di ateneo anche se statisticamente in modo debole.

 

Co-produzione di valore pubblico in una Smart City: il caso “Pavia Partecipa”
Michela Magliacani, Elena Madeo
AbstractNell’ambito degli studi sul New Public Management il bilancio partecipativo è unanimemente considerato uno strumento di co-produzione di valore pubblico. La letteratura ha focalizzato l’attenzione sui requisiti dei percorsi partecipativi, i contenuti e le modalità operative, prediligendo il punto di vista delle amministrazioni pubbliche piuttosto che dei cittadini. Il presente studio si pone l’obiettivo di approfondire la conoscenza del bilancio partecipativo sotto l’aspetto processuale, dando maggiore enfasi alla prospettiva del cittadino al fine di verificare le potenzialità di tale strumento come forma di democrazia partecipata, tecnica di governo e garanzia di trasparenza. Inoltre, il caso analizzato si riconduce ad una smart city, contesto che consente di apprezzare il ruolo della tecnologia digitale nella formazione del valore pubblico.

Co-producing the public budget: Who controls whom?
Sara Giovann Mauro, Christian Rainero, Francesca Culasso
AbstractSince its birth in Brazil at the end of the 1980s, the concept of participatory budgeting has become well known worldwide and has attracted growing attention over the years. Participatory budgeting is built on the engagement of citizens during the budgeting process and particularly in the co- decision of resource allocation. This budgeting reform responds to the community call for a greater engagement with public institutions and to the development of digital technologies which have made information more accessible to the public. Therefore, widespread uses of participatory (digital) mechanisms are expected as well as more attention to be paid to their implications. In particular, in light of the recent critical studies on the failures of PB, it emerges that the engagement of citizens requires a re-balance of power and control among actors that calls for further investigation. Relying on the dialogic accounting theory, the current research investigates PB as a form of dialogic accounting enhanced through the use of online platforms and sharing mechanisms and through this lens it deepens the conceptual and practical problem of how PB reshapes the relationship between government and citizens throughout the budgeting process and how it changes the way in which control is exercised. To achieve the research purpose, the study carries out a qualitative analysis on a single case study, investigating the experience with participatory budgeting in a local government in the north of Italy. The research relies on the analysis of documents and semi-structured interviews conducted with government actors (politician and manager) and unelected citizens to collect multiple points of view. Preliminary findings show that participatory budgeting has been conceptualized and implemented as a budgeting form with a mixture of monologic and dialogic features. Its design and adoption occurred in a top-down and monologic fashion, but then the planning phase of budgeting has allowed the creation of dialogic spaces among unelected citizens and the exercise of control by citizens over the purpose for which a pre-determined amount of public resources should be used. Nevertheless, then, the management of the budget has failed in meeting the dialogic expectations of PB since the control over the use of public resources was exercised by government actors without involving neither informing properly the citizens, who often felt to have lost the contact with the government. Social media platforms have helped in disseminating the practice and facilitated the initial involvement of citizens, but then they have not been used anymore in the following phases of public budgeting, contributing to undermine the communication and dialogue between government and unelected actors. Research findings call for making citizens officially accountable for their ideas about the use of public resources, giving them higher responsibilities and the possibility to control over the management of public resources, thus enabling a real dialogue with public institutions.

The leadership issue in co-design approaches to urban regeneration
Alessandra Ricciardelli, Francesca Ricciardi, Elio Borgonovi
AbstractIntroduction It is argued that Cities are pluralistic and multivocal contexts where collective and interconnected actions are not performed within the sole boundaries of a specific organization, but they establish action nets which engage “several and different organizations – municipal, state, private, voluntary – as well as loosely and temporarily organized groups of people” (Czarniawska, 2002: 4). Hence, the study of governance-based approaches (Swyngedouw, 2005), and their related theoretical developments, can help understanding the roles agency and structure play in public value co-creation and co-production as well as the type of governing arrangement (Parks, 1981; Pestoff et al. 2006; Bovaird and Loeffler, 2012; Osborne et. al., 2016). Expressions of co-creation and co-production, therefore, have been increasingly entered the debate as connected to concepts of Smart Cities (and Smart services) that covers areas such as the economy, the environment, mobility, and governance of the city, with the final goal of improving the general efficiency of the urban system and “more effective handling of public problems and services” (Mejier 2017: 198). Central to the concept of Smart Cities is the emphasis on the usefulness of technology in engaging communities in all phases of the public management process: from the establishment of objectives and allocation of financial resources, to the design and production of services, up until the measurement and reporting of results. By this perspective, whereas Smart City has suggested to build urban frameworks on the basis of the idea of ‘smartness’ (Caragliu et al., 2011), innovation has also contributed to establish a transition in terms of perspectives: from what was defined as urban transformation to an urban regeneration which means putting into play urban and territorial components as well as organisational tools. The advocates of this urban paradigm highlight the benefits resulting from the adoption of technologies, techniques and visions. Scholars that took a critical perspective on Smart City claimed that, within this narrative, technological and data-driven concepts take center stage. The authors Grossi and Pianezzi (2017: 79), for instance, argued that “the advocates of this urban paradigm highlight the benefits resulting from the adoption of technologies, techniques and visions, granting that these are scientific, objective, commonsensical and apolitical in nature” (Kitchin 2015,132). In this renewed view of cities as engines of development and growth, strategies of action are redefined to create, both in the medium and in the long term, a new model of governing collectively and collaboratively (Meijer, 2017). The contemporary city is also characterized by a serious level of non-sustainability caused by the continuous erosion of environmental resources, by the polluting and congestion effects of mobility systems, by the enormous waste of energy due to an aged building stock. Another change, which is more recent and made more evident by the crisis underway, has to do with the decline of the competitiveness of cities mainly due to old governance and decisional models, preventing the valorisation of all resources and opportunities available. Although innovation technology is significantly important to both co-creation and urban regeneration, yet, it is insufficient to provide effective, durable and sustainable responses to the call for innovation, far from a mere technological change, arising from all citizens of a single local community (Mejier, 2017). The incapacity of building architectures of organised behaviour, which integrates Public Administration, private companies, firms, civil society and local communities, has led to several failures on the field. Not surprisingly, urban regeneration initiatives involve organizational partners which are sector focused as well as society-focused (Seitanidi, 2008; Selsky & Parker, 2005). From this standpoint, there is the need to focus on context, factual situations, human practices including the practice of governance and management of organisations. Indeed, many shared experiences of urban regeneration policies have, yet, brought in good hardware design skills (i.e. buildings and infrastructures) but have shown an insufficient capacity to design software (i.e. system of activities, roles and relationships) that enable sustainability in the various phases of the urban regeneration. Successful urban revitalisation outcomes reveal that “governance matters”. As argued, the “quality of local governance should be the priority for urban policy that encourage and support meaningful citizen participation that include all relevant stakeholders, develop local capacity to translate the community’s strategic vision into action, and enhance programme integrity to ensure that resources are effectively used” (Rich, Stoker, 2014). Sustainability has a relational nature and requires all types of individuals, operating across different sectors, to integrate their stakes, interests, and aspirations, in the context of local urban regeneration initiatives. Common ground, common places, common people, common sense, common tradition were the declarations of the Historic Urban Landscape (HUL), proposed in UNESCO Recommendations adopted in 2011 and integrated in 2012. It is by now a widely shared fact that cities are a common good, so actions devoted to its transformation, requalification and valorisation should involve everyone. Therefore, there is increasing awareness that a higher cross-fertilization between urban studies and organization & management studies would be much needed for the success of urban regeneration initiatives. This study contributes to such a debate by presenting a theoretical review of organizational theories and approaches which are functional in orienting co-design practices and tools supporting urban regeneration policies and processes. In particular, this paper focuses on leadership theories, and investigates: a) Whether and how the leadership problem and the leadership literature have been taken into consideration in the literature on co-design approaches to urban regeneration that far; b) Whether and how the leadership literature, and the relating reflections in ongoing organization studies, could contribute to the theory and practice of urban regeneration through co-design. Method In order to answer the research questions, two systematic literature reviews are conducted, based on keyword search and backward/forward search. In the first literature review, we map the presence of leadership-related literature and concepts in academic publications in the field of urban re-generation, and particularly co-creation approaches to urban regeneration. In the second literature review, we map the publications that are considered as seminal, along with the concepts that are considered as key, in today’s debate on leadership and co-creation. The results of these two literature rieviews enable a systematic analysis of the main gaps in the urban regeneration literature regarding organization and management issues, and particularly as for the role of leadership in co-creation approaches to urban regeneration. Results Our literature reviews confirm that the organization and management implications of the co-creation approach to urban regeneration are quite under-investigated yet. The leadership issue is no exception, and this is quite surprising, since many case studies suggest that an effective leadership of regeneration projects is critical to success, but these projects (especially if co-creation based) cannot just borrow traditional leadership models which have been developed for traditional organizational forms. Based on our analyses, we suggest that the theories emphasising on organisational aspects of urban regeneration that rely on human relationships, social interconnections, relational dynamics, community collaborations (Chelleri L., Olazabal M., 2012) and amongst those, the social movement theory could provide useful conceptual tools to build a theory of leadership in co-creation based urban regeneration processes and projects. Increasingly, social movements theory has been used in organization theory (Davis, McAdam, Scott, & Zald, 2005; King, 2008; Page, 2010) whereas it is functional in stressing the importance of motivators for collective action around social issues. Moreover, to facilitate the development of collaborative communities, we suggest that an approach to leadership that fosters the cross-sector collaboration which is required to address urban regeneration initiatives is important. A particularly interesting contribution can stem from the relational leadership theory (Uhl-Bien, 2006; Uhl-Bien & Ospina, 2012) which emphasises the concept of leadership as a collective capacity (Day, 2000; Drath, 2001), rather than expressed at the individual level. The review of this literature highlights an opportunity to draw from each theory as appropriate when organizations become more like social movements, or when a social movement becomes more like an established organization.

Collaborative models and innovative paths in social care service provision. The ‘Home Care Premium’ Program
Carlo Vermiglio, Gustavo Barresi, Carmelo Marisca, Pierluigi Catalfo
AbstractA wide and authoritative body of studies has highlighted the contribution that collaborative governance provides in facing complex societal challenges (Kickert et.al., 1997; Agranoff and McGuire, 1998a; 2003b; Provan and Milward, 1995; Head, 2008). In this respect, the field of social care services is among those wherein network structures and collaborative approaches (Turrini et.al., 2010; Cristofoli et.al., 2017) are more widespread and where paths of social innovation (Walker et.al., 2002; Mulgan, 2006) have flourished, creating trust, social capital and mutual empowerment between different actors, and enhancing the quality and effectiveness of service provision to end-users. This paper focuses on the results of a social care program, called ‘Home Care Premium’ (HCP) launched and financed by the Italian Agency for Pension and Welfare (INPS) since 2010. The program provides home care services to public employees or their immediate relatives suffering of diseases affecting their self-sufficiency (physical or cognitive). HCP program constitutes an interesting and replicable example of social innovation that complements (and sometimes replaces) the public welfare system, improving the quality of life of a growing number of people leveraging on ICT exploitation. Its application fosters and spreads social value among the communities, also widening the audience of beneficiaries and of actors involved in the collaborative network. Through case study analysis, the paper tries to frame how the program has contributed to the enhancement (redefinition) of the Agency value proposition in the delivery of home care services. Findings will be relevant for stimulating the academic debate and drawing the attention of policy makers.

Open Government Data and Service Quality: an empirical analysis within the public sector
Aurelio Tommasetti, Orlando Troisi, Gennaro Maione, Carlo Torre
AbstractOver the years, several studies have been conducting about the management models for public administrations. However, all the knowledge in this regard seems to be still fragmentary and difficult to be systematized: in literature, to date, there is not an organic nucleus of empirical research aimed at investigating the management models of public bodies stimulating a better perception of service quality. In this scenario, the paper is based on an empirical analysis performed by testing a Structural Equation Model (SEM) focused on the concept of Open Government Data (OGD) as an innovative approach to the management of public administrations, based on the use of technologies for data treatment capable of favoring the affirmation of logics characterized by transparency, citizens’ participation and collaboration in the processes, activities and services of the public sector. In particular, the objective of the work is to deepen the aspects enabling the management of Public Administration (PA) according to the OGD, as well as the impact of this approach on the public service quality perceived by citizens. The findings highlight the existence of some crucial aspects, sometimes undervalued within the PA, which should be taken into account for the proper management of public administrations according to the logic of the OGD, especially in a historical moment characterized by an increasingly felt need to manage huge amounts of data in a transparent, participatory and collaborative way. In particular, it seems necessary to encourage the dissemination of data-driven culture at every level of society so that citizens can take advantage of the benefits deriving from a thoughtful adoption of the ODG in the PA.

Employability e skill mismatch: prime evidenze empiriche da uno studio esplorativo nel contesto dell’Università di Firenze
Sara Sassetti, Vincenzo Cavaliere , Sara Lombardi, Martina Mori
AbstractDefinita come la possibilità di un individuo di trovare un lavoro coerente con il proprio background e i propri orientamenti, l’occupabilità (employability) degli studenti universitari è fortemente dipendente dalle competenze trasversali (soft skills) da essi possedute. In ragione di ciò, il presente studio propone un approccio esplorativo per comprendere il livello di possesso (auto-percepito) degli studenti circa quattro principali cluster di competenze: emotive, sociali, cognitive e organizzative. Al fine di evidenziare eventuali gap esistenti tra il profilo di competenza in uscita dall’Università e quello richiesto dal mondo delle imprese, la ricerca pone a confronto il livello di competenze posseduto dagli studenti con il grado di importanza che le imprese assegnano ai quattro cluster di competenze. I dati raccolti da attraverso una web survey che ha coinvolto 1166 studenti e 96 tra direttori del personale e recruiter aziendali suggeriscono alcune interessanti differenze tra competenze possedute dai futuri lavoratori e competenze considerate prioritarie dai loro potenziali futuri datori di lavoro. Così facendo, lo studio consente di gettare le basi per un’analisi più approfondita dei fattori sottostanti l’attuale skill mismatch caratterizzante il mondo del lavoro del nostro Paese.

Il ruolo della PA italiana nella promozione dell’efficienza energetica e nella realizzazione di percorsi urbani sostenibili
Daniela Sica, Ornella Malandrino, Maria Rosaria Sessa, Stefania Supino
AbstractL'impegno profuso nella ricerca di un miglioramento delle performance energetiche e, quindi, ambientali nella pubblica amministrazione (PA) rappresenta un tassello nevralgico per l’affermazione di modelli di sviluppo improntati ad una sostenibilità duratura. La PA, infatti, è chiamata ad assumere un ruolo da protagonista in virtù dei cambiamenti che hanno connotato nel tempo e nello spazio le comunità di riferimento e che hanno richiesto alla PA di adottare modalità innovative di governo, secondo la logica di governance. Un governo condiviso, basato sull’interazione tra Stato, mercato e società civile per migliorare l’efficacia delle politiche pubbliche e per far fronte alle esigenze di complessità, differenziazione e dinamicità derivanti dal sistema socioeconomico. Scopo del presente lavoro è quello di delineare in chiave critica, anche alla luce della crescente attenzione dei policy maker all’efficienza energetica, lo stato dell’arte in merito alla implementazione di misure per il suo miglioramento nella PA, nonché i principali elementi che non hanno consentito di liberarne il potenziale ancora ampiamente inespresso. Ciò anche in considerazione della duplice veste ricoperta dalla PA quale gestore del patrimonio pubblico e decisore, nel promuovere l’efficienza energetica nel territorio. La ricerca contribuisce a individuare le forze motrici alla base dei potenziali sistemi e strumenti per l'efficienza energetica nella PA, evidenziando sia gli elementi critici che le opportunità derivanti dalle opzioni tecnologiche, gestionali e organizzative attualmente disponibili per il miglioramento dell'efficienza energetica nel settore della PA italiana.

 

Felt Accountability and Work Commitment as Mediators in Feedback- Performance Relationships
Marco Giovanni Rizzo, Manuela S. Macinati, Zahirul Hoque
AbstractThis paper examines how managers’ feelings about their accountability and commitment to their work roles influence the association between performance feedback process and employee performance in the medical domain. We proposed and tested a model in a questionnaire survey data collected from 115 budget-holders in one Italian public hospital. Our results show that both formal feedback and informal feedback on employee job performance act as the antecedents of managers’ felt accountability. Further, we find that felt accountability-managerial performance relationship is mediated by a work commitment to their roles. Conceptually, we contribute to the accountability and management accounting literature by demonstrating that the association between feedback sources and managerial performance is largely dependent on managers’ felt accountability and work commitment. Practically, enhanced knowledge of the current state of accountability and performance feedback practices in one Italian healthcare will be of benefit to global clinical managers and medical professionals and a range of external stakeholders when it comes to making strategic organizational decisions, including performance measurement.

Accounting e accountability per le smart city: misurare e orientare il loro contributo ai Sustainabile Development Goals
Renata Dameri, Clara Benevolo, Roberto Garelli
AbstractIl tema della sostenibilità economica, sociale e ambientale rappresenta una priorità assoluta per il nostro pianeta. L’urgenza e la gravità della questione richiede sforzi congiunti, coordinati ed orientati verso obiettivi comuni e ben chiari. Per questa ragione, l’ONU ha definito i Sustainable Development Goals (SDGs) o Obiettivi di Sviluppo Sostenibile: 17 macro-obiettivi a loro volta articolati in 169 target, che mirano a risolvere una ampia gamma di problemi mondiali, dalla fame all’inquinamento, dall’urbanizzazione alla diseguaglianza (ONU, 2014). Nel contempo si è venuto ad affermare sempre più il tema della smart city, sia come filone di ricerca scientifica, sia come strategia urbana perseguita dalle grandi e anche dalle medie città a livello mondiale. La smart city può essere definita come una politica locale che, grazie all’utilizzo delle tecnologie maggiormente innovative e soprattutto dell’ICT, mira a migliorare la qualità della vita dei cittadini e a ridurre l’impatto ambientale della città (Dameri, 2013). La smart city è essa stessa un obiettivo di sviluppo sostenibile (Frey, 2003), per la precisione l’Obiettivo 11: Città e comunità sostenibili. Rendere le città e gli insediamenti urbani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili. Si tratta di un tema vasto, che include svariati aspetti del vivere nelle città, siano essi sociali, economici, infrastrutturali, ambientali, o legati alla sicurezza. Tuttavia, il tema delle smart city è ben più longevo: già dalla fine degli anni ’90 troviamo i primi paper scientifici che esaminano il tema di una città intelligente (Dameri e Cocchia, 2013) vuoi perché basata sulle tecnologie informatiche, vuoi perché orientata a gestire in modo innovativo e inclusivo i problemi crescenti dell’urbanizzazione. Anche le città si muovono e iniziano a sviluppare progetti, iniziative e piani di sviluppo smart (Neirotti et al., 2014). La smart city è quindi il risultato di un doppio processo, top-down e bottom-up, che si è venuto a sviluppare in contemporanea nelle due direzioni, dall’altro e dal basso (Angelidou, 2014). Il risultato è un fenomeno diffuso, eterogeneo e complesso, in cui le definizioni scientifiche e le realizzazioni concrete si sovrappongono spesso in modo disordinato, a patchwork, rendendo assai difficile comprendere cosa sia esattamente una smart city o quali siano effettivamente i suoi contenuti, impatti, benefici (Dameri, 2013). La Tabella 1 riporta la pletora di definizioni su smart city maggiormente citate nella letteratura internazionale, mentre in tabella 2 possiamo vedere le definizioni “sorelle” che riguardano la città digitale, sostenibile, verde e così via. L’analisi incrociata delle due tabelle permette di individuare alcuni temi ricorrenti, tra cui quello della tecnologia e quello della sostenibilità ambientale: tema quest’ultimo che si incrocia anche con le definizioni di green city e sustainable city. Definition Ref. “A Smart City is a city well performing built on the ‘smart’ combination of endowments and activities of self-decisive, independent and aware citizens”. Giffinger, 2007 “A smart community is a community that has made a conscious effort to use information technology to transform life and work within its region in significant and fundamental rather than incremental ways”. California Institute, 2001 “A city to be smart when investments in human and social capital and traditional (transport) and modern (ICT) communication infrastructure fuel sustainable economic growth and a high quality of life, with a wise management of natural resources, through participatory governance”. Caragliu et al., 2009 “Smart city is defined by IBM as the use of information and communication technology to sense, analyze and integrate the key information of core systems in running cities”. IBM, 2010 “Smart City is the product of Digital City combined with the Internet of Things”. Su et al., 2011 “Concept of a Smart City where citizens, objects, utilities, etc., connect in a seamless manner using ubiquitous technologies, so as to significantly enhance the living experience in 21st century urban environments”. Northstream, 2010 “A city that monitors and integrates conditions of all of its critical infrastructures, including roads, bridges, tunnels, rails, subways, airports, seaports, communications, water, power, even major buildings, can better optimize its resources, plan its preventive maintenance activities, and monitor security aspects while maximizing services to its citizens”. Hall, 2000 “Smart City is a city in which it can combine technologies as diverse as water recycling, advanced energy grids and mobile communications in order to reduce environmental impact and to offer its citizens better lives”. Setis-Eu, 2012 “A smart city is a well-defined geographical area, in which high technologies such as ICT, logistic, energy production, and so on, cooperate to create benefits for citizens in terms of well-being, inclusion and participation, environmental quality, intelligent development; it is governed by a well-defined pool of subjects, able to state the rules and policy for the city government and development”. Dameri, 2013 Tabella 1. Le definizioni di smart city maggiormente citate Concept Definition Reference Wired City “Wired cities refer literally to the laying down of cable and connectivity not itself necessary smart”. Hollands, 2008 Virtual City “Virtual City concentrates on digital representations and manifestations of cities”. Schuler, 2001 Ubiquitous City “Ubiquitous city (U-City) is a further extension of digital city concept. This definition evolved to the ubiquitous city: a city or region with ubiquitous information technology”. Anthopoulos et al., 2010 Intelligent City “Intelligent cities are territories with high capability for learning and innovation, which is built-in the creativity of their population, their institutions of knowledge creation, and their digital infrastructure for communication and knowledge management”. Komninos, 2006 Information City “Digital environments collecting official and unofficial information from local communities and delivering it to the public via web portals are called information cities”. Anthopoulos et al., 2010 Digital City “The digital city is as a comprehensive, web-based representation, or reproduction, of several aspects or functions of a specific real city, open to non-experts. The digital city has several dimensions: social, cultural, political, ideological, and also theoretical”. Couclelis, 2004 Smart Community “A geographical area ranging in size from neighborhood to a multi-county region whose residents, organizations, and governing institutions are using information technology to transform their region in significant ways. Co-operation among government, industry, educators, and the citizenry, instead of individual groups acting in isolation, is preferred”. California Institute, 2001 Knowledge City “A Knowledge City is a city that aims at a knowledge-based development, by encouraging the continuous creation, sharing, evaluation, renewal and update of knowledge. This can be achieved through the continuous interaction between its citizens themselves and at the same time between them and other cities’ citizens. The citizens’ knowledge-sharing culture as well as the city’s appropriate design, IT networks and infrastructures support these interactions”. Ergazakis, 2004 Learning City “The term ‘learning’ in ‘learning cities’ covers both individual and institutional learning. Individual learning refers to the acquisition of knowledge, skills and understanding by individual people, whether formally or informally. It often refers to lifelong learning, not just initial schooling and training. By learning, individuals gain through improved wages and employment opportunities, while society benefits by having a more flexible and technological up-to-date workforce”. OECD, 2010 Sustainable City “Sustainable city uses technology to reduce CO2 emissions, to produce efficient energy, to improve the buildings efficiency. Its main aim is to become a green city”. Batagan, 2011 Green City “Green City follows the Green Growth which is a new paradigm that promotes economic development while reducing greenhouse gas emissions and pollution, minimizing waste and inefficient use of natural resources and maintaining biodiversity”. OECD, 2010 Tabella 2. I diversi concetti di “x-city” La difficoltà di definire la smart city si riflette sulla misurazione delle performance (Lombardi et al., 2012; Dameri and Sabroux, 2014; Albino et al., 2015). Ad oggi, sebbene siano presenti a livello globale, internazionale, nazionale o locale numerosi ranking che asseriscono di misurare la smartness di una città (Giffinger and Gudrun, 2010), non esiste uno strumento universale e robusto di accounting e accountability che permetta di quantificare le performance delle smart city e la loro capacità di generare valore per gli stakeholder di una città (Alawadhi et al., 2015). Misurare le performance di una smart city è di per sé un compito molto difficile, in quanto la smart city è una strategia urbana multidimensionale ed eterogenea nei contenuti, in cui numerosi progetti e iniziative si intrecciano tra loro. Proprio il carattere interconnesso delle iniziative smart e degli obiettivi che esse perseguono rende poco utili ed efficaci i ranking: essi infatti appaiono più come liste di singoli indicatori di performance, che come uno strumento di misurazione completo e integrato (Giffinger and Gudrun, op. cit.). Va inoltre detto che una lista di indicatori non è un sistema di accounting e accountability: per realizzare siffatto sistema, le misurazioni vanno inserite nel sistema contabile della città e rilevate sistematicamente e regolarmente in modo trasparente e formalizzato. Inoltre, rilevazioni, obiettivi e linciatori vanno collegati sia tra loro che con i livel

Accounting for Public Sector Consolidated Financial Statements. Considerations for Accounting Harmonisation
Claudio Teodori, Cristian Carini, Marco Errico
AbstractThe EPSAS Expert Working Group is discussing on EPSAS Conceptual Framework Reflection Paper. In the early draft, Public Sector Reporting Entities is based on decision-making and accountability purposes. Italy, unlike other European countries, has opted for a domestic public sector accounting reform, without complying with the IPSAS standards. At the same time, Italy offers an important experience since it expressly provide for compulsory adoption of the Consolidated Financial Statements for Local Governments. Thus, four Italian case studies are discussed in qualitative and quantitative terms to analyses composition of consolidation area under different consolidation criteria: control and financial accountability. The evidence that emerged suggests that the financial accountability approach is more effective in providing a complete representation of the public resources entrusted to and managed by the local government group, whereas the control approach better approximates quantification of the local government group financial results. Literature suggests that accounting harmonisation is a dynamic process in which parties agree to reduce their differences. Considering that the accounting regulations influence the economic, social and political life of national and local communities and the financial report is designed not only for decision-making but also for accountability purposes, the perspective of financial accountability (or economic dependence in the IPSASs terminology), could be a challenge topic for the identification of the public sector reporting entity.

Gli effetti dell’innovazione tecnologica sui sistemi d e controllo:il caso della Regione Liguria Gli effetti dell’innovazione tecnologica sui sistemi d e controllo: il caso della Regione Liguria
Simone Lazzini, Luca Anselmi, Mario Nicoliello, Gian Lorenzo Boracchia, Simona Villa
AbstractIl lavoro intende analizzare il Sistema di Gestione e controllo (SI.GE.CO) della Regione Liguria e i presupposti logici che ne hanno guidato la configurazione, al fine di mostrare la valenza che l’esperienza ligure assume sia in termini di sofisticatezza delle soluzioni implementate, sia di accrescimento dell’accountability pubblica (Broadbent - Laughlin 2003). Uno degli assunti fondamentali che hanno caratterizzato, fin dalle origini, il filone di studi del NPM è stata proprio la considerazione che lo sviluppo dei sistemi di pianificazione e controllo fossero il fulcro su cui si innestava il perseguimento degli obiettivi di miglioramento dei sistemi amministrativi (Pavan – Reginato, 2005, Guthrie-Humphrey, Jones-Olson, 2005). Tuttavia la letteratura di riferimento ha evidenziato come i sistemi in parola molto spesso non siano stati sviluppati in maniera adeguata, apparendo sotto molti punti di vista in crisi (Rebora, 2007) o esprimendo connotati ancora fortemente adempimentali (Dall’Anese R.-Giani M.-Ruffini R., 2007; Del Bene, 2008). Il caso dell’amministrazione regionale ligure rappresenta un esempio di atteggiamento proattivo teso ad andare ben oltre il pedissequo rispetto delle disposizioni normative . È stata colta, cioè, l’opportunità di sviluppare un sistema integrato che oltre monitorare tutte le fasi in tempo reale è diventato un vero e proprio vettore per i processi di accountability della Regione. I portatori di interesse possono avere il costante riscontro dello stato di avanzamento dei progetti nonché piena evidenza delle modalità di impiego e attribuzione delle risorse. I processi di cambiamento nel settore pubblico, in sostanza, sarebbero ostacolati dal perpetuarsi di una serie di circoli viziosi che rallenterebbero i processi innovativi, contribuendo a mantenere e rinforzare le modalità di funzionamento consolidate (Rebora, 1983) . Il caso dimostra, invece, come lo sviluppo interno dell’applicativo si sia mosso, in un primo momento, in risposta alle esigenze che provenivano della disciplina nazionale e comunitarie per poi diventare un vero e connettore per l’apprendimento organizzativo. Sono stati ampliati gli ambiti della misurazione, le modalità di monitoraggio e in sostanza l’intera programmazione regionale si incardina sulle funzionalità dell’applicativo. L’innovazione tecnologica è diventata il fulcro dell’intero sistema che oggi consente di abilitare all’accesso diretto i vari stakeholder regionali consentendo loro di acquisire in modo diretto tutte le informazioni che riguardano i progetti in cui sono coinvolti.

Room for space in public management reforms. A tale of three Italian Museums
Paolo Ferri, Sara Bonini Baraldi, Fabrizio Di Mascio
AbstractSpatial settings provide context for behavior. Analyses of spatial settings of work have a longstanding tradition in organizational and management studies but they eclipsed since the late 1970s. In recent years, however, space has been enjoying a resurgence of attention in organizational studies, with many calling for physical aspects of organizational life to be explicitly addressed into organizational theorizing. This stream of research has explored management interventions in physical settings as a tool for inducing changes in the practices of employees and customers. While prior literature has examined the use of spatial design to bring about organizational change, the features of the spatial environment have largely been ignored in recent public management literature. Our research aims to fill this gap as it addresses the research question of how the physical features of space influence the implementation of decentralization reform. This question is particularly salient in relation to changes in the management of museums as organizations that preserve and present cultural heritage. In this paper, we will look at how space played a role in shaping the degrees of autonomy of managers in three Italian museums: The Royal Site of Caserta in Campania region, the Archaeological Museum of Reggio Calabria (MARCC) in Calabria region, and the Archaeological Museum of Taranto (MARTA) in Puglia region. The discussion of findings is still in progess.

Strategies of smart service in the public administration
Angelo Riva
AbstractThe paper intends to answer these questions; it offers a unique description of successful strategy implementation of benchmarking in Pavia's Chamber of Commerce case. It analyzes in detail the management implementation and the process of benchmarking for improving the performances and also for finding better ideas for improving the results. To our knowledge, before this work, in international literature, there is a lack of study on benchmarking for attracting territorial investments. The main aim of this study is to fill this gap, by analyzing this interesting case of Pavia’s Chamber of Commerce.

Women and e-Health in Public Hospitals: Empirical evidence on Top and Line Managers
Claudia Arena, Simona Catuogno, Sara Saggese, Fabrizia Sarto
AbstractSeveral public reforms have tried to foster the use of information and communication technologies (ICTs) in public hospitals in order to reduce the hospital inefficiencies and improve the quality and the safety of service delivery. Literature has emphasized that hospitals do not often work out in the adoption of this kind of innovations. However, the reason why they fail to implement them is still an open issue. Building on the assumption that managerial factors play a pivotal role for the innovation in healthcare, this paper analyses the influence of gender diversity among hospital top and line managers on the adoption of ICT solutions. To this aim, it empirically examines a sample of 108 Italian public hospitals, including general, teaching and research hospitals, for the 2015-2016 time-frame. We collect information on directors’ composition and innovation from multiple data sources (i.e. NHS databases, hospital reports, hospital websites, surveys). More specifically, we measure innovation in terms of adoption of the following e-Health solutions: e-Medical record, e-Medical file, e-Medical certificate, e-Medical prescription, e-Healthcare reservation, e-Medical report, and e-Medicine cabinet. Findings from our logistic regression analysis show that the multifaceted characteristics of female executives enable hospitals to successfully face the innovation challenge. In particular, female managers bring specific skills to hospitals and enhance their knowledge base. This fosters the implementation of innovative strategies and facilitates the hospital’s adoption of innovation. This is especially true for female managers with legal background while technical expertise of female top managers counteracts the adoption of e-Health solutions. Finally, gender similarity between top and line managers negatively influences the adoption of digital innovations in public hospitals, suggesting that gender diversity improves the team-working and limits the decision-making conflicts. This paper provides contribution to both theory and practice.